martedì 21 novembre 2017

A Ghost Story (2017)

Ho dovuto aspettare Italia vs Svezia per riuscire a vedere A Ghost Story, film diretto e sceneggiato da David Lowery, ma alla fine ce l'ho fatta!


Trama: una persona da poco defunta torna come fantasma nella casa dove abitava e si ritrova a testimoniare lo scorrere del tempo in sua assenza...


Ho avuto la scimmia di guardare A Ghost Story fin da quando ne aveva parlato Lucia ma mi sono ritrovata a dover aspettare una sera in cui il Bolluomo fosse diversamente occupato perché da quel che avevo letto (non troppo per non rovinarmi la visione) ho capito che il film avrebbe causato la mia morte tramite pianti inconsolabili e che non mi sarei trovata davanti a un horror disimpegnato, bensì a qualcosa di estremamente diverso e, soprattutto, ben poco horror. Insomma, non pane per i denti del povero Mirco, al quale ho risparmiato un paio d'ore di sofferenza (benché visto il risultato della partita... vabbé). Quanto a me, sono arrivata alla fine di A Ghost Story ancora viva e, stranamente, poco lacrimante ma con un senso di malinconia talmente soverchiante che non ho potuto fare altro, conclusa la visione, se non spegnere la luce, appallottolarmi e chiudere gli occhi mettendomi a dormire. A Ghost Story non è infatti una storia di fantasmi e case infestate, quanto piuttosto la storia, come da titolo originale, di UN fantasma, un'entità manifestatasi nel classico lenzuolo con due buchetti al posto degli occhi. E se pensate che una rappresentazione così poco "realistica" o espressiva di un fantasma non possa comunicare più di quanto riuscirebbe la migliore CGI del mondo, ebbene vi sbagliate di grosso perché tutta la sofferenza di essere eterno o, perlomeno, legato all'"aldiquà" fin quando non sarà in grado di lasciare andare le sue pene terrene, arriva al cuore dello spettatore potente come un pugno e altrettanto dolorosa. A questi punti, meglio avvertire i lettori incauti dell'altissimo potenziale "noia" di un film come A Ghost Story, tipica pellicola in cui "non succede nulla" e che richiede allo spettatore una buona dose di sensibilità ed empatia, nonché la volontà di mettersi nei panni del fantasma e vedere scorrere mestamente davanti ai propri occhi piccoli gesti di umanissima quotidianità, trasfigurati da un punto di vista carico di rimpianto e nostalgia; Lowery, in veste di regista e sceneggiatore, si permette di indugiare in lunghi silenzi, semplici gesti d'affetto dilatati nel tempo, pochi dialoghi che inquadrano giusto la situazione ma lasciano allo spettatore il compito di "riempire i buchi" in base alla propria esperienza o predisposizione d'animo, soprattutto fa uso di un interessantissimo montaggio temporale (oltre che di un lunghissimo, angosciante piano sequenza) che sottolinea la triste condizione di un protagonista costretto a subire lo scorrere della vita altrui e la scomparsa di tutto ciò che gli è caro.


A Ghost Story è dunque l'atipica storia di un fantasma, una pellicola assai poetica e delicata che tratta temi profondissimi impiegandoci metà del tempo di quanto farebbe un film Marvel o DC qualsiasi per propinarci l'ennesima scazzottata tra supereroi. E' un film che racconta sì l'elaborazione del lutto e la necessità di andare avanti ma non solo. Pone delle domande sul futuro, non inteso necessariamente come futuro della società umana ma proprio sul lascito della singola persona ai figli, ai figli dei figli e a quelli che verranno dopo, sia che si tratti di un individuo particolare oppure di un normalissimo "uomo della strada" e lo fa attraverso un monologo assai intenso; parla di frustrazione ribaltando i classici punti di vista di un horror come Poltergeist (una delle fonti d'ispirazione del regista, per conoscere alcune delle altre vi rimando al solito trafiletto finale), della difficoltà di lasciare andare quello che per noi è importante, di sentirsi fuori dal mondo in ogni senso possibile e di odiarsi per la volontà di continuare comunque a vivere, di speranze infrante e desideri irrealizzabili, di cambiamenti, vita, morte e di tutto quello che sta in mezzo, fosse anche una storia d'amore ben lontana dall'essere perfetta. A Ghost Story è un film che costringe lo spettatore a pensare ma anche a guardare con attenzione, a concentrarsi a lungo sulle immagini fino ad arrivare a conoscerne ogni dettaglio, ad apprezzare la profondità di campo e persino ad incuriosirsi davanti a un formato che, lì per lì, pensavo fosse dovuto a qualche problema in fase di "pesca" e invece è proprio quello originale voluto e pensato dal regista. Questa scelta peculiare conferisce un'aura vintage all'intera pellicola e, pur rinchiudendo le immagini all'interno di una cornice piccolina, da diapositiva o da filmino girato in casa, non le priva della bellezza data dalla fotografia nitida e accresce il senso di claustrofobia già causato dalla scelta di girare il film quasi interamente all'interno di quattro mura. Non sto nemmeno a dire che un film così bello e particolare non ha ancora una data di uscita italiana né probabilmente l'avrà mai ma se dovesse finire tra le manine illuminate di Netflix o di qualche casa di distribuzione consiglio vivamente di dargli un'occhiata perché è una delle opere più belle e coraggiose viste quest'anno.


Di Casey Affleck (C) e Rooney Mara (M) ho già parlato ai rispettivi link.

David Lowery è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Senza santi in paradiso e Il drago invisibile. Anche produttore e attore, ha 37 anni e un film in uscita.


Sotto il lenzuolo del secondo fantasma c'è la cantante Kesha. Se A Ghost Story vi fosse piaciuto recuperate alcune delle fonti di ispirazione del regista, come per esempio La città incantata, Poltergeist, Under the Skin e Orlando. ENJOY!

lunedì 20 novembre 2017

Sei sei seiiii!!

Il titolo del post va ovviamente letto come se lo cantasse il Pelù de El Diablo, chevvelodicoaffare?
Sei anni su Blogger, ormai 10 andando per gli 11 da quando ho aperto il Bollalmanacco ai tempi di Splinder.


Volete un po' di record che non interessano a nessuno? Dai!

Da quando ho cominciato l'avventura su Blogger il post più letto è stato quello di Ted. Ted, santo cielo. Il film con l'orso sboccato parlante. Più di diecimila visualizzazioni e non comprendo il perché, visto che non parliamo di una pellicola sconosciuta, particolarmente ardua da capire (The Babadook è al secondo posto e non avete idea di quanta gente arrivi sul blog cercando una spiegazione a ciò che ha visto) o programmata spesso come A Good Marriage. Questo, di solito, quando viene passato in TV è un post che fa il boom di visualizzazioni, forse perché è un film talmente orrido, benché Kinghiano, che probabilmente ne ho parlato soltanto io in tutta Italia. E questo solo per le prime tre posizioni.

Passando ai commenti, pare che il film più commentato sia stato L'esercito delle 12 scimmie, una delle mie pellicole preferite. Ben 55 commenti, un record per questo blog, quindi poco più di venti persone che hanno scelto di lasciare la propria opinione sotto il post. I commenti sono diventati un po' il mio cruccio, lo ammetto; in questi sei anni sono arrivata a considerarli più importanti delle visite e sinceramente un po' mi spiace vedere blog che viaggiano sul centinaio al giorno e anche belli articolati e corposetti, mentre io quando arrivo a dieci (contando anche i miei e con metà limitati ad un laconico "segno") posso dirmi felice. Lo so, siamo tutti diventati dei lurker senza tempo da perdere, me per prima, però un po' mi deprimo lo stesso. It's my party, ecc. ecc. Pigri siamo, questa è la verità.

Esisteva anche un simpatico post di recupero, che dovrei un po' aggiornare, mutuato da un'idea de Il buio in sala, quello delle Recensioni Lazzaro. Se vi va, per festeggiare questi sei anni, salvate Perkins' 14 (ma davvero solo io l'ho guardato quel film??), The Killer Shrews (maddai! Uno si sbatte a guardare una roba così trash e nemmeno un commento per riderne?) e compagnia, dai, ce ne sono ancora mezza dozzina, compreso Keyhole che è stato recensito solo l'anno scorso ed è il più depresso di tutti! Devo lanciare la campagna adotta un film?

Il post si è rivelato un po' maffo, lo ammetto, ma alla fine volevo solo ringraziare chi ancora ha voglia di passare il tempo a leggere le cretinate che scrivo, le meravigliose persone conosciute di persona proprio grazie al Bollalmanacco, quelle che ancora non conosco di persona ma che comunque sento periodicamente attraverso uno dei mille mezzi tecnologici del demonio che possediamo e ovviamente il povero Bolluomo Mirco al quale sto imponendo una passione arrivata prima di lui e che è ancora lontana dall'essersi sedata. A proposito di passioni non sedate, stavo pensando di tornare a darmi al disegno, magari accompagnando i post con una vignettina da mettere su Instagram e sulla pagina Facebook del Bollalmanacco (piacetela!). Potrebbe essere la novità 2017/18 ma sono pigra e temo riscontri negativi. Qui sotto però c'è l'esempio di ciò che potrebbe essere, fatemi sapere se vi garba! Nel frattempo, come sempre... ENJOY!

Questo per Thor: Ragnarok...

... questo per Madre!




domenica 19 novembre 2017

Emelie (2015)

Spulciando il catalogo Netflix mi è capitato sotto gli occhi Emelie, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Michael Thelin; nonostante fosse segnato come thriller/horror Mirco si è detto disponibile a farmi compagnia durante la visione quindi ho deciso di dargli un'occhiata, ahimé.


Trama: tre bambini vengono lasciati soli con la sostituta della babysitter, la quale si rivela una pazza di prim'ordine.



Avete notato con quale scazzo ho liquidato la trama? Bene, il motivo è che Emelie non è nulla più di quello che traspare da una sinossi così stringata, inutile ricamarci sopra come hanno fatto i ben due sceneggiatori (regista compreso) della pellicola per raggiungere un metraggio standard, aggiungendo cose insensate e vagamente perturbanti. Il quadro iniziale di Emelie è americano che più non si può: coppia sposata da N anni ha messo al mondo tre figli rinunciando a qualsiasi parvenza di relazione coniugale tranne il festeggiamento dell'anniversario di matrimonio. Ca**o, per i due quello è IMPORTANTISSIMO e non va dimenticato, nemmeno se il festeggiamento si limita ad una cena moscia durante la quale si parla di figli, babysitter e ci si scambiano regali graditissimi ma con l'incoolata subito dietro l'angolo (Sì, tranquillo, vai pure a vedere la partita per la quale avresti venduto un rene. Ma solo se ti porti dietro il figlio undicenne in piena crisi puberale, a-ha!). Il problema nasce dal momento in cui anche la babysitter di fiducia, conscia di doversi a sua volta portare avanti cercando presto un compagno col quale metter su famiglia, decide di uscire con un ragazzo e tirare il pacco ai coniugi disperati ma non prima di aver trovato loro una sostituta, Anna. Solo che Anna è in realtà questa Emelie che si spaccia per lei e non vi sto a dire i tripli salti carpiati fatti dagli sceneggiatori per far sì che in un quartiere grosso come il tabellone del Monopoli i due cretini non sappiano come sia fatta Anna e abbocchino all'inganno come due tonni. Comunque. Emelianna è diventata quasi pazza a causa di un'enorme perdita subita in passato e di una conseguente sterilità quindi esige un figlio e quale famiglia è meglio dei Thompson che ne hanno ben tre, uno più rompicoglioni, odioso e potenzialmente psicopatico dell'altro? Basterebbe che la tizia entrasse in casa, ne addormentasse due, si prendesse il meno peggio e tanti saluti, film finito. Invece, sempre per la questione del metraggio di cui sopra, Emelianna decide di traumatizzare a vita uno dei due "scartati" e di sviluppare le pulsioni sessuali dell'altro prima di rivelarsi a tutti (tranne al prescelto che, in quanto tale, non capirà un belino fino all'ultimo) come la pazza che è, in un crescendo di situazioni thriller talmente abusate che persino Mirco, pur non avezzo al genere, è stato in grado di prevederle.


A parte questa trama moscia, Emelie è proprio brutto o, meglio, non sa di nulla. Regia non pervenuta, addirittura da metà pellicola in poi è tutto girato in ambienti bui affossati da una fotografia televisiva (a un certo punto non si capisce una cippa di quello che succede perché, di fatto, non si vede nulla) e hanno tentato di mettere una pezza al tutto con un montaggio "spezzato", così da ravvivare un po' la faccenda e aumentare il senso d'inquietudine dello spettatore mostrandogli alternativamente la seratina dei genitori e la serataccia dei figli, ma il risultato è stato solo quello di spezzare anche la tensione. L'unica cosa vagamente intrigante è il diario di Emelie, zeppo di disegni inquietanti, ma si vede per qualche secondo o poco più quindi è un elemento trascurabile e di sicuro non rischia di influenzare positivamente un giudizio negativo. Quel che è peggio, la versione italiana di Emelie è fatta talmente male che stavolta mi rendo conto di non poter neppure dare un giudizio obiettivo sugli attori, i quali mi sono sembrati tutti mediamente cani, a partire da Sarah Bolger, carina ma insipida. Mettiamo da parte per un attimo i doppiatori scelti, monocordi a livello imbarazzante; quello che mi ha scioccata davvero è stato l'adattamento, completamente differente dai sottotitoli (messi perché fuori dalla stanza c'era un casino devastante e il volume del tablet non riusciva a sovrastarlo) evidentemente realizzati da utenti appassionati che poveracci non lo fanno di lavoro ma superano di diverse lunghezze i cosiddetti professionisti (sì, per la miseria, questo per me è un tasto dolentissimo). Un adattamento castigato, trattenuto, nemmeno ci si trovasse davanti a un film per famiglie, reso ancora più fastidioso da quel "cabbie" ripetuto mille volte e mai tradotto: porca zozza, una frase come  "il suo CABBIE" non si può sentire, Cabbie non è un nome proprio, piuttosto metti "cucciolo" come hanno fatto quelli che hanno realizzato i sottotitoli!!! Insomma, un enorme BAH, da tutti i punti di vista. Fossi in voi eviterei Emelie come la peste e se siete sposati e avete dei figli, per favore, non limitatevi a stare assieme solo una volta all'anno, dai!


Di Sarah Bolger, che interpreta Emelie, ho già parlato QUI.

Michael Thelin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Probabilmente americano, al momento è al suo primo lungometraggio.


Se Emelie vi fosse piaciuto recuperate La mano sulla culla. ENJOY!


sabato 18 novembre 2017

Boomstick Award - Edizione 2017


Non ci speravo più, giuro. C'è voluto l'aMMore. Il 2016 è stato un anno buio, privo com'era del bastone tonante capace di illuminare la blogosfera. Ma grazie all'aMMore di una musa ispiratrice, il creatore del Boomstick, alias Germano di Book and Negative, si è ridestato e l'ambito premio è tornato a circolare, giungendo anche nelle mie mani grazie all'adorata Kara Lafayette. E ora sono qui, pronta a scegliere sette blogger meritevoli ma non prima di avervi esposto le quattro semplici regole da seguire:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Chiunque non rispetterà le regole (e fidatevi, chi oserà tanto verrà scoperto!) riceverà d'ufficio un Bitch, Please! Award e magari il fantasma di Camillo Benso andrà a tirargli gli alluci mentre dorme. Chissà. Paranormal Benso. Ma bando alle ciance e via ai premiati!


1. Stylebunny
Perché Lorenza è una persona estrosa e simpaticissima, ha uno stile di fumetto delicato ma ironico e con la sua creatività mi ha fatto tornare una pazza voglia di disegnare. Grazie!

2. A Clacca piace leggere
Per chi ama qualunque tipo di fumetto il blog di Clacca è un must. Per colpa sua rischio di spendere miliardi ma grazie a lei ho scoperto delle belle perle!

3. Pier(ef)fect
Il perfetto contraltare al mio essere una bestia senza speranza. Leggere il modo elegante e competente con cui parla di maschere di bellezza e trattamenti mi fa venire voglia di prendermi cura di me stessa ma adoro anche quando parla di sé, di cinema, serie, della vita. Insomma, una bellissima persona scoperta da poco.

4. Diario di una dipendenza
Come caspita faccia a guardare tutti 'sti film e a condensare in mezzo, comprensibilissimo ed interessante paragrafo quel che io non riuscirei a scrivere in venti post è un mistero. Eppure ci riesce, maledettissimo lui. E nel mezzo ci infila anche un sacco di libri interessanti! Ha forse rubato un giratempo ad Hermione?

5. Il forziere digitale
La signorina (ancora per poco...) ha cercato di defilarsi ma l'ho ritrovata, ché per i blog sono peggio di una stalker. Non parla più di anime e manga ma le sue storie di vita vissuta, ironiche e graffianti, sono adorabili.

6. Giocomagazzino
Il Grande Arbitro è impazzito per i Funko. Ci sono la Simpsonpedia e delle sfide all'ultimo sangue tra i personaggi più assurdi della storia (per esempio Jean Claude vs Tafazzi). Serve aggiungere altro?

7. Il giorno degli zombi
Il mio blog di riferimento ormai da anni e non solo per il cinema horror (benché a dicembre cominci già ad entrare in fibrillazione pregustando i recuperi del megaclassificone di fine anno). Soprattutto, amo i post in cui Lucia si incazza oppure esprime tutto il suo aMMore per determinati Autori.

E con questo concludo! Sta a voi, ora, scegliere se accogliere il Boomstick oppure abbracciare Cavour...


venerdì 17 novembre 2017

Madre! (2017)

Finalmente, ce l'ho fatta. A Savona è arrivato Madre! (Mother!) per soli due giorni e non me lo sono lasciato scappare. Ce l'avrà fatta Darren Aronofsky, regista e sceneggiatore del film, a convincermi o anche io sono dovuta fuggire urlando come mezzo pubblico di Venezia? Segue post brevissimo, sconclusionato e senza spoiler!


Trama: un uomo e una donna, marito e moglie, vedono la tranquillità della loro dimora in ricostruzione distrutta dall'arrivo di due perfetti sconosciuti. E se il marito, chissà perché, li accoglie con gioia, la vita della moglie si trasforma in un abisso di inquietudine...


L'ho scritto su Facebook, lo ribadisco qui: Madre! non l'ho capito ma è un film spettacolare. Non avendolo capito mi sembra inutile dare un'interpretazione di ciò che ho visto, posso solo supporre come faceva Bellosguardo in Robin Hood un uomo in calzamaglia e rendere il mio post delirante quanto il girato di Aronofsky, come se la cosa fosse possibile. Come uno stregone nemmeno più tanto apprendista, il regista ha buttato nel calderone qualunque cosa gli venisse in mente (probabilmente anche qualche droga, la stessa polverina dorata che assume la Lawrence nel corso del film, chissà...) e il risultato è un Roba da matti elevato alla millesima potenza, la madre di tutti gli home invasion, una commedia grottesca che è anche dramma, horror, film di guerra, distopia apocalittica, approfondimento psicologico, mancavano solo i cartoni animati. Se io sono arrivata alla macchina, dopo la visione, col cuore che mi batteva a tremila e nella notte ho metabolizzato quanto ho visto piazzando il faccione di Javier Bardem su un Negan di The Walking Dead che imprigionava e vessava me e i miei genitori, vuol dire che qualcosa di Madre! ha superato il muro dei 3/4 film visti a settimana per concretizzarsi in un diamante screziato di rosso posto proprio nel centro del mio cervello malato e tormentarmi nell'inconscio. Quel che ho visto è la realtà del mondo in cui viviamo rinchiusa tra le mura di una casa impossibile da proteggere o rendere perfetta, per quanto lo vogliamo: la casa siamo noi, siamo noi la Lawrence pronti a dare, dare per amore e a sanguinare quando quello che diamo non basta mai, ma siamo anche Bardem, pronti a prendere ignorando per egoismo le suppliche di chi amiamo di più, non per cattiveria ma solo perché è più comodo concentrarsi su ciò che desideriamo NOI, siamo gli invasori che arrivano e non capiscono che la casa non è loro, madre non è loro, il bambino non è loro, Lui non è loro, ma piuttosto che portare via le balle da posti dove non dovrebbero neppure mettere piede, spadroneggiano e fanno i cafoni come se tutto fosse loro dovuto. Ed è riflettendo su quest'ultimo punto che Madre! è diventato, almeno per me, la metafora devastante di un mondo sovrappopolato da minchie di mare che sta esplodendo sotto il peso della nostra stessa stupidità e desiderio di possesso o affermazione perché non importa quanto la Terra ci offra, non sarà mai abbastanza, ci saranno sempre litigi, guerre, distruzione e la ferma volontà di distruggere più che di ricostruire. E così da millenni, in un loop continuo da cui nessuno sembra in grado di uscire.


Attraverso la rappresentazione di concetti biblici quali Madre Terra, un Dio che offre a tutti parole vuote e false speranze, un Adamo e una Eva che arrivano a distruggere l'Eden mandando in pezzi il frutto proibito e un Caino e Abele che causano ancora più casino, Aronofsky ci prende a schiaffi con due ore di immagini splendide, incubi ad occhi aperti e quel terrificante incubo finale al cardiopalma dove, davvero, non sapevo se ridere (la situazione descritta ha del tragicomico) o piangere (Bardem a tratti fa paura mentre la Lawrence spezza il cuore e voi sapete quanto non sopporti JLaw ma diamine qui è perfetta), frastornata com'ero dalla cacofonia di violenza, esplosioni, sangue, morte e urla che è l'ultima mezz'ora di film, il punto esclamativo della Madre! L'ironica canzone dei titoli di coda e il silenzio che ne segue sono quasi un balsamo per le orecchie perché a un certo punto, davvero, avrei voluto fare come la protagonista e nascondermi in un luogo buio e silenzioso, un posto solo mio dove fermarmi, riflettere, tirare il respiro, cercare di capire PERCHE'. Invece mi sono ritrovata in una sala gremita di gente (anche se io sono andata al cinema da sola stavolta), divertita all'idea di osservare, non vista, le facce di chi è uscito da una visione simile: chi s'è bellamente addormentato a metà arrivando persino a russare (mi sembrava tanto anziano, lo perdono. Anzi, ero così presa dalla paranoia del film che ho temuto i suoi fossero rantoli di morte, mannaggiallui), chi se la rideva della grossa cercando di spiegare alla vicina che lui BAH!, ne ha visti a pacchi di film così, chi scuoteva la testa, chi si guardava intorno perplesso non sapendo bene come reagire. Ecco, io faccio parte dell'ultima categoria di persone. Le uniche cose certe dopo la visione di Madre! sono tre e su queste non transigo: 1) Ho visto un film che ricorderò finché campo e che riconferma il mio voler bene a Darren Aronofsky. 2) Passano gli anni ma Michelle Pfeiffer è una topa astrale alla quale JLaw non è neppure degna di baciare i piedi, elegante persino da ubriaca. That old beeyotch. Meow.  3) Sono innamorata di Domhnall Gleeson. Potrei anche aggiungere, ma probabilmente c'entra poco con la visione di Aronofsky, che l'unica cosa mal sopportata del film è l'idea di una maternità a tutti i costi, capace di rimettere a posto tutto, far tornare i sentimenti sopiti, illuminare d'immenso, riempire l'esistenza di felicità, poi però penso al finale e si riconferma la mia convinzione, ovvero "rimettere a posto tutto 'stacippa": se la vita di coppia fa schifo non c'è pargolo che tenga, mi spiace. Ah, ho già detto che Madre! è un film della Madonna?


Del regista e sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Jennifer Lawrence (Madre), Javier Bardem (Lui), Ed Harris (Uomo), Michelle Pfeiffer (Donna), Domhnall Gleeson (Figlio Maggiore) e Kristen Wiig (Araldo) li trovate invece ai rispettivi link.

Brian Gleeson interpreta il Fratello Minore. Figlio di Brendan Gleeson e fratello di Domhnall Gleeson, ha partecipato a film come Biancaneve e il cacciatore e Assassin's Creed. Irlandese, ha 30 anni e un film in uscita, Hellboy.


Se Madre! vi fosse piaciuto recuperate i film di Aronofsky di cui ho parlato, che trovate tutti QUI.

giovedì 16 novembre 2017

(Gio)WE, Bolla! del 16/11/2017

Buon giovedì a tutti! Martedì mi sono tolta lo sfizio di Madre! e domani ne parlerò, intanto oggi è uscita un mucchio di roba ma sarà interessante...? ENJOY!

Justice League
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Se già non avevo voglia di andare a vedere Thor: Ragnarok, Justice League mi ispira anche meno. Non so se basterà la fisicata di Jason Momoa a spingermi al cinema, attendo recensioni particolarmente illuminate per capire se buttare o no i miei soldi...

The Broken Key
Reazione a caldo: Fantasy italiano???
Bolla, rifletti!: Ossignore. Ecco qualcosa che mi ispira anche meno di Justice League però solletica allo stesso tempo il mio sesto senso trashone. Solo per il cast (Rutger Hauer, Michael Madsen, Geraldine Chaplin, Franco Nero, Christopher Lambert... gesù!!) correrei al cinema ma ho davvero paura che possa fare troppo schifo per vivere...

La casa di famiglia
Reazione a caldo: Ah, dicevo. Ecco una rassicurante commedia!
Bolla, rifletti!: Stefano Fresi, io ti adoro però mi sembra un po' uno spreco andare a vedere al cinema la solita commediussa italiana di stampo televisivo. Magari fa ridere, eh. Ma non al cinema, dai.

Al cinema d'élite invece che succede? Vedo doppio?

The Big Sick
Reazione a caldo: Mhh.
Bolla, rifletti!: Questo sembrerebbe simpatico e interessante, una romcom interraziale ancorata nell'attualità e poi Zoe Kazan è terribilmente carina. Forse però anche questo, come La casa di famiglia, meriterebbe una visione in TV più che al cinema

Ogni tuo respiro
Reazione a caldo: Uddio.
Bolla, rifletti!: Gollum vs Il Polpettone Romantico Strappalacrime a Sfondo Medicale? No, me lo risparmio, grazie. Con tutto il rispetto per Andy Serkis, ovviamente. 

mercoledì 15 novembre 2017

Lui è tornato (2015)

Durante l'ennesima ricerca di un film su Netflix che potesse piacere sia a me che a Mirco è spuntato Lui è tornato (Er ist wieder da), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista David Wnendt a partire dal libro omonimo di Timur Vermes.


Trama: Adolf Hitler si risveglia nel 2014, vicino al bunker dove si era rifugiato prima della sconfitta del 1945 e il conseguente suicidio. Dopo lo sconcerto iniziale, Hitler viene preso sotto l'ala protettiva di un regista freelance di belle speranze, che è convinto di avere davanti un comico o un attore e lo porta a partecipare ad un programma televisivo...



Cosa farebbe Adolf Hitler se si risvegliasse ai nostri giorni? Probabilmente, dopo un momento di sconfortante e comprensibile confusione causato da tutti gli stravolgimenti geo-politici e l'evoluzione della tecnologia, si sentirebbe a suo agio: tra populismo, ondate di odio razziale causato da immigrazione incontrollata e terrorismo, complottari, antivaccinisti, haters di professione, ignoranza galoppante e quant'altro troverebbe quasi sicuramente terreno fertile per le sue idee malate e più sostenitori di quanti ci aspetteremmo. Lo dimostra questo Lui è tornato, commedia dai risvolti inaspettatamente tragici e fortemente radicata nell'attualità non solo della Germania ma anche del mondo, Italia compresa, realizzata mescolando scene di finzione a candid camera girate per le strade di Berlino. L'idea di base, che poi è la stessa del libro (non ancora letto e per questo mi scuso) di Timur Vermes, è che Hitler si "risvegli" nella Germania del 2014 e venga scambiato, comprensibilmente, per un attore, più precisamente per un comico; la sua incredibile serietà e i suoi atteggiamenti così tipici da sembrare caricaturali attirano subito l'attenzione di un regista free lance che decide di sfruttarlo per una serie di documentari in cui il Führer si trova ad aver a che fare con la vita di tutti i giorni oppure interagisce con le persone. Al di là di un paio di scene esilaranti legate alla scoperta della TV, allo shock culturale e alle psicosi di Hitler, sono proprio i confronti reali con i tedeschi o con i turisti a turbare lo spettatore rimanendo impressi anche dopo la visione, in quanto sono davvero pochi quelli che reagiscono disgustati davanti al sembiante e alle parole del dittatore. Spinti a sciogliersi davanti a quello che ritengono uno scherzo e per nulla disturbati dalla presenza delle telecamere, molti degli intervistati rilasciano dichiarazioni angoscianti, interamente imperniate sulla paura dello straniero, sul desiderio di avere un governo dal pugno più forte, addirittura sulla speranza che possano tornare i lager per proteggere i veri tedeschi dall'invasione di extracomunitari e persino europei, mentre la maggior parte dei turisti vede Hitler come un simbolo "figo" con cui fare selfie e impegnarsi in gare di saluto romano, roba veramente folle che mostra quanto poco le persone sappiano della cultura dei paesi che visitano e quanto poco conti la memoria storica di tragedie avvenute neppure troppo tempo fa.


La scelta di realizzare Lui è tornato come una sorta di mix tra film, guerrilla video, mockumentary e candid camera è contemporaneamente sia il punto di forza della pellicola che il suo punto debole. Quasi due ore di girato tenute assieme da una storia anche troppo diluita e sfilacciata (lo scheletro della trama si basa sull'ascesa di Hitler come star della TV e verso il finale si scivola nel distopico ma i "raccordi" sono davvero pochini) fanno saltare all'occhio la confezione scialba della pellicola, al punto che sembra di avere davanti più uno di quei terrificanti telefilm tedeschi che un film pensato per il grande schermo. Gli attori non aiutano ad elevare il livello di Lui è tornato, beninteso. La trasformazione di Oliver Masucci in Adolf Hitler è a dir poco impressionante e lui è inquietante da morire, una presenza alla quale basta rimanere in silenzio per ipnotizzare gli astanti o pronunciare poche parole di incredibile durezza per acquisire consensi ma il cast di supporto è a livelli imbarazzanti e si salva solo lo stralunato Fabian Busch, perfetta spalla tragicomica di Masucci. Nonostante queste carenze a livello stilistico (che, a mio avviso, possono essere percepite o meno, dipende dai gusti del singolo spettatore) mi è parso comunque che il messaggio di Lui è tornato fosse comunque incredibilmente potente ed attuale e spesso mi sono chiesta come reagirei io se mi trovassi davanti ad un wannabe Hitler in Germania o un Mussolini in Italia: probabilmente lo guarderei scuotendo la testa con disgusto e mi fa specie pensare che, in un Paese letteralmente piagato da una vergogna indicibile come la Germania, ci sia gente che invece stia allo scherzo e sorrida indulgente di fronte all'incarnazione del loro incubo peggiore. Eh, probabilmente per parecchie persone tanto incubo non è stato, ed è questo che fa pensare e mette inquietudine.

David Wnendt è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Combat Girls e Wetlands. Ha 40 anni e un film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler.. e magari Borat. ENJOY!


martedì 14 novembre 2017

Thor: Ragnarok (2017)

Ho rimandato la visione di due settimane, poi hanno vinto la pignoleria e il "dovere di completezza" e domenica sono finita a vedere Thor: Ragnarok, diretto dal regista Taika Waititi. Anche se l'avete già visto tutti il post è SPOILER FREE, ovviamente.


Trama: Thor torna su Asgard solo per vederla cadere in mano a Hela, dea della morte, e perdere martello e poteri. Esiliato su un pianeta governato da un folle schiavista, il Dio del Tuono incontra Hulk e medita vendetta...


Di Thor: Ragnarok avevo letto le peggio cose, la più lusinghiera delle quali era la definizione "Natale a Sakaar/Asgard", per non parlare dell'istintivo disgusto all'idea di sentire chiamare Thor "Zio del Tuono" in più di un'occasione (in originale credo sia semplicemente Sparkles ma potrei sbagliarmi), due cose che mi avevano tenuta ben lontana dalla sala. Ho sentito poi di amici che si sono divertiti molto, altri moltissimo, e in generale ero curiosa di capire cosa avrebbe potuto combinare il folle Taika Waititi all'interno del Marvel Universe, quindi alla fine sono andata al cinema, benché con il cuore carico di tristi presagi. E ora, sinceramente, non so che dire di questo Thor: Ragnarok, perché la mia anima è fondamentalmente spaccata in due, quindi sarebbe meglio fare un po' di chiarezza prima di venire ricoperta di guano da sostenitori e detrattori "estremisti" del terzo capitolo della saga iniziata sei anni fa nel segno di Kenneth Branagh. Innanzitutto, e probabilmente l'ho già scritto negli altri post, a me di Thor come personaggio non è mai fregato una benemerita, così come del resto di tutti i Vendicatori, beninteso; che lo trasformino in donna, rana o imbecille che inanella una figura di tolla dietro l'altra poco m'importa, apprezzo la visione in deshabillé di Chris Hemsworth, il taglio corto che gli da un che di sbarazzino, asciugo la bava e passo oltre. Lo stesso vale, ça va sans dire, per tutto il carrozzone di personaggi che il titolare si porta appresso, gente che ho conosciuto giusto guardando i film precedenti oppure giocando al defunto e compianto Avengers Alliance su Facebook. Non conosco la mitologia della Asgard versione Marvel quindi ho poca confidenza con Hela, quella roba fiammeggiante che risponde al nome di Surtur (il gran figlio di bagascia, per la cronaca) e neppure il Gran Maestro, se è per questo, e l'idea che stavolta siano state liquidate sia Sif che Jane Foster, la prima senza un perché la seconda con un "t'ha mollato, eh?", non ha causato in me né gioia né rabbia. Tutto questo giro intorno al mondo per dire che l'idea di stravolgere completamente Thor e farne un personaggio più ironico de I guardiani della Galassia, confezionando un film dalla trama semplicissima e molto diretta (i cattivi sono cattivi, i buoni sono buoni ma in generale fanno tutti ridere) con un'infinità di rimandi ai vecchi buddy movies, gli sci-fi supercazzola (Goldblum non l'hanno messo a caso, dai) e i film d'avventura anni '80 poteva anche starci. Ho trovato quest'approccio molto più sensato rispetto all'intestardirsi a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, tenendosi il personaggio serio ma infilando qualche momento comico a casaccio "perché sì", sfruttando vecchi svedesi in mutande o nudi. Qui hanno buttato tutto in caciara fin dai trailer e perlomeno stavolta abbiamo avuto un film coerente dall'inizio alla fine, il problema è che in Thor: Ragnarok la comicità è spesso infantile, demenziale, fuori contesto, reiterata, asfissiante, inserita a forza anche quando proprio non sarebbe stato il caso e, dal mio umile punto di vista di chi vede i film Marvel una volta e ormai se li dimentica il giorno dopo, arriva a dare interpretazioni assurde di personaggi come Loki o Bruce Banner, uno sacco da punchball "di ridere", l'altro isterico che si ravana il pacco perché i pantaloni sono stretti, vi lascio la sorpresa di capire chi sia cosa.


Con me la via dell'ilarità a tutti i costi non ha quindi proprio attecchito, vuoi perché sono vecchia o vuoi perché al terzo "Zio del Tuono" le mie orecchie hanno cominciato a secernere sangue, oppure sarà perché quando un malvagio ti sta parlando TU APRI LE ORECCHIE E ASCOLTI TUTTE LE BELINATE CHE HA DA DIRE, non che giochi al salame appeso interrompendolo per due volte, santo Odino (l'altro buono. Hopkins non fa più un film decente da anni, l'ormai old fart britannica dichiara inorridita che MAI più parteciperà a pellicole su Thor poi passa alla cassa per una comparsata da 5 minuti perché "oh, lo script era validissimo!!". Ma vai a prendertela nel passaggio dimensionale e corri subito a lezione di coerenza da Natalie Portman, fila. Vecchiaccio guercio), però devo anche dire che Thor: Ragnarok è bellissimo dal punto di vista del ritmo, della regia, del delirio anni '80 che rende praticamente ogni scena un trip psichedelico. Il meglio di sé Taika Waititi lo da sul pianeta Sakaar, un luogo troppo assurdo per essere vero, pericolosissimo ma giocoso come un qualsiasi mondo assassino creato dal pazzo Arcade: tra la spazzatura che cade dall'alto rischiando di accoppare gli astanti e quelle creature in odore di Star Wars, passando per il tunnel dentro cui risuona Pure Imagination, arrivando all'assurdità di una cella dove spazio e tempo non esistono, giochi laser che nemmeno in discoteca, prospettive ribaltate e giochi di specchi, per finire con la sboronata di un inseguimento su navicelle spaziali adibite a boudoir e scoppiettanti di fuochi d'artificio, mi veniva voglia di non tornare mai più ad Asgard, anche perché il personaggio migliore della pellicola, diciamolo, è il buliccissimo e assurdo  Gran Maestro di Jeff Goldblum (affiancato da Rachel House. Più Rachel House per tutti, vi prego, altro che strafighe beone). Per carità, ad Asgard ci sono scheletri semoventi, un ponte arcobaleno mai così kitsch, morte e distruzione in quantità tali da poter ridere in faccia ai primi due Thor e a buona parte del franchise Marvel, oltre alla bella Cate Blanchett che si è palesemente divertita ad interpretare Hela, però, anche lì, zero pathos, zero serietà, zero empatia con un intero popolo a rischio sterminio, un sacco di risate a vedere Idris Elba imparruccato... mah. Insomma, per una volta non so davvero cosa pensare. Come ho scritto su Facebook, mi sento come il tizio che deve respingere la ragazza che gli hanno presentato e, per non ferire i sentimenti degli amici che ne dicono ogni bene si ritrova a dover dire "Non è che non mi piaccia, per carità. Non è bella però ha personalità. E' simpatica, via. Non è lei, sono io." Il film di Waititi ha una SPICCATA personalità, si innalza nel mare delle produzioni Marvel come solo Guardiani della Galassia e, in parte, Doctor Strange erano riusciti a fare e sicuramente lo rimpiangerò a febbraio dopo il probabile piattume di Pantera Nera (altro personaggio Marvel di cui fregaca**i)... ma non riesco a definirlo bello ora come ora, mi spiace. In compenso mi è tornata la voglia di rivedere sia What We Do in the Shadows sia Buckaroo Banzai o Le ragazze della terra sono facili e di farli vedere per la prima volta a Mirco e questo non è mai un male!


Del regista Taika Waititi, che presta anche la voce a Korg e il corpo a Sultur, ho parlato già QUI. Chris Hemsworth (Thor), Tom Hiddleston (Loki), Cate Blanchett (Hela), Idris Elba (Heimdall), Jeff Goldblum (Gran Maestro), Tessa Thompson (Valchiria), Karl Urban (Skurge), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Anthony Hopkins (Odino), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Clancy Brown (voce di Surtur), Tadanobu Asano (Hogun), Ray Stevenson (Volstagg), Zachary Levi (Fandrall), Sam Neill (attore Odino) e Matt Damon (non accreditato, è l'attore che interpreta Loki) li trovate invece ai rispettivi link.


Rachel House, che interpreta Topaz, aveva partecipato ad un paio di episodi di Wolf Creek e prestato la voce a Nonna Tala in Oceania mentre Luke Hemsworth, fratello di Chris, interpreta il falso Thor nella scenetta teatrale all'inizio; ovviamente, nel film compare anche Stan Lee, stavolta nei panni di barbiere. Sif avrebbe dovuto comparire nel film ma Jaimie Alexander era impegnata nelle riprese della serie Blindspot e il suo personaggio è stato conseguentemente "spedito in missione". Oltre a dirvi di rimanere seduti in sala fino alla fine dei titoli di coda, ché le scene post credits sono due, nell'attesa che esca Avengers: Infinity War, dove tornerà Thor, facciamo il solito ripasso dei film da vedere per ingannare il tempo: intanto vi consiglio di recuperare di sicuro ThorThor: The Dark WorldThe AvengersAvengers: Age of Ultron  e Doctor Strange poi magari aggiungete Iron ManIron Man 2 Captain America - Il primo vendicatore, Iron Man 3 Captain America: The Winter SoldierGuardiani della galassia Ant-ManCaptain America: Civil War, Guardiani della Galassia vol. 2 e Spider-Man: Homecoming. ENJOY!



domenica 12 novembre 2017

Leatherface (2017)

Dalle mie parti non era uscito ma sono comunque riuscita a recuperare in tempi brevi Leatherface, diretto dai registi Alexandre Bustillo e Julien Maury.


Trama: il rampollo più piccolo di una famiglia di pazzi cannibali viene rinchiuso in un manicomio. Anni dopo, la madre va a cercarlo e, benché la donna non riesca a trovarlo, causa comunque la fuga di alcuni sanguinari pazienti, i quali prendono una giovane infermiera come ostaggio...



In verità a me di Non aprite quella porta non è mai fregato più di tanto. L'originale di Tobe Hooper è un capolavoro che riguarderei in loop ma per me è finita lì, o meglio, è finita con un Leatherface en travesti che cercava di uccidere Renée Zellweger. Se sono tornata a calcare le sanguinose strade del Texas, dopo avere sputato in faccia a Nispel evitando di vedere sia la sua versione di Non aprite quella porta che il prequel della stessa, lo devo ai nomi di Alexandre Bustillo e Julien Maury, i maledettissimi esseri immondi responsabili di À l’interieur, uno dei film che più mi ha rivoltato lo stomaco e depressa in assoluto (e di cui nel frattempo è uscito un remake spagnolo. Uh, ma che belliSSSSima idea!). Mi sono detta: con un background simile e questo materiale per le mani chissà che diamine faranno 'sti due maledetti fronscesi, come minimo una roba da non dormirci per millant'anni, capace di far impiccare persino il Rated R, qualcosa di malatissimo ed innovativo, che faccia sentire sporco lo spettatore nel profondo! Ehm, no. Porta la Francia in America (o, meglio, in Romania) e il risultato sono due mangiarane spaesati che cercano di abbattere lo spettatore a colpi di scene ributtanti senza creare quell'empatia necessaria a farli sentire davvero male. Insomma, con me due registi vincono facilissimo quando mostrano un tizio a cui vengono spaccati i denti su un sasso, ma parliamo di qualcosa che si supera facilmente chiudendo un attimo gli occhi e aspettando sia finita, mentre l'idea di una donna incinta torturata a morte da una pazza mi perseguita anche nel sonno, altro che chiudere gli occhi. La verità è che, per quanto tutto ciò mi faccia schifo, due che copulano con un cadavere in mezzo al letto, persone torturate da una motosega e gente che si insozza con i peggio liquami del creato lasciano un po' il tempo che trovano, mi paiono proprio cose messe lì per ribadire uno "stile" che non oltrepassa l'apparenza e che apporta ben poco al "mito" di Leatherface (tranne la motosega, vabbé, quella è indispensabile, anche se magari potevano non regalargliela da bambino per il compleanno...), soprattutto se alla famiglia pazza ci hanno già giocato ben prima sia Tobe Hooper che Rob Zombie, l'unico che è riuscito ad omaggiare il "maestro" superandolo poi a destra con quel trionfo de La casa del Diavolo. Film che, per inciso, mi è tornato in mente non so quante volte guardando Leatherface, che lo cita di continuo partendo dalla pazza bionda per arrivare allo sceriffo più cattivo degli stessi cattivi.


Quindi, premesso che tra À l’interieur e Leatherface c'è un abisso (tra l'altro mi rendo conto giusto ora che prima di Leatherface i due registi hanno diretto anche Livide e Among the Livings, perché quelli non li ho mai recuperati? Forse per paura?), cosa rimane di quest'ennesima rilettura dei personaggi partoriti da Hooper nel 1974? Beh, se piace il genere rimangono un'ora e mezza di omicidi efferati, belle inquadrature, attori non malvagi (sui quali spiccano uno Stephen Dorff  invecchiato ma sempre bello da vedere e la brava Lili Taylor, qui forse poco utilizzata. Ah, e c'è pure il ciollamolla Iron Fist con i riccioli tinti di castano, il quale fa la fine che si sarebbe meritato il suo personaggio Marvel Netflix), risate a profusione davanti ai tentativi dello sceneggiatore di "sviare" lo spettatore impedendogli di capire chi sia il futuro Leatherface tra gli evasi dal manicomio, qualche perversione giusto per ribadire la natura "esotica" dell'opera e una sovrabbondanza di proiettili magici tipicamente texana. Il che non è un male, per carità, ma sinceramente dai due registi franzosi mi aspettavo molto di più. La verità è che ormai dopo più di quarant'anni e mezza dozzina di film non c'è più molto da dire su Leatherface e la sua allegra famiglia di cannibali redneck quindi o ci si accontenta di vedere più o meno sempre la stessa solfa più o meno realizzata bene (con l'aggiunta dei background esplicativi che adesso vanno tanto di moda) oppure bisognerà attendere che qualcuno decida di spedire il vecchio Faccia di Cuoio "in space" come minacciava di fare Robert Rodriguez con Machete o magari nell'Inghilterra di Downton Abbey con una macchina del tempo per avere finalmente qualcosa di sorprendente. O forse anche no, vah.


Dei registi Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato QUI. Stephen Dorff (Hal Hartman), Lili Taylor (Verna) e Finn Jones (Agente Sorrel) li trovate invece ai rispettivi link.


Leatherface funge da prequel per Non aprite quella porta, Non aprite quella porta - Parte 2, Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta IV e Non aprite quella porta 3D mentre, se non ho capito male, il Non aprite quella porta del 2003 e il suo prequel Non aprite quella porta: L'inizio, vanno per i fatti loro benché raccontino, in fin dei conti, sempre la stessa storia. Se Leatherface vi fosse piaciuto ne avete quindi di roba da recuperare... ma magari aggiungete anche La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. ENJOY!




venerdì 10 novembre 2017

Bollalmanacco On Demand: Cena tra amici (2012)

Torna il Bollalmanacco On Demand con un film francese chiesto da Silvia sulla pagina Facebook del blog, ovvero Cena tra amici (Le prénom), diretto e sceneggiato nel 2012 dai registi Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte e tratto dalla loro pièce teatrale Le Prénom. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere La cena dei cretini. ENJOY!


Trama: durante una cena tra amici, Vincent annuncia di aspettare un figlio e comunica con fermezza di aver già scelto il nome del nascituro. Quest'ultimo però desta scandalo tra i convenuti e diventa la chiave per scoperchiare un vaso di Pandora zeppo di segreti, ripicche e accuse...


Probabilmente sarò razzista (anzi, togliamo pure l'avverbio), ma l'idea di guardare un film franzoso mi mette di solito i brividi e già pregusto la noia incombente oppure quella fastidiosa recitazione sopra le righe alla quale mette a malapena una pezza un doppiaggio italiano sempre più scadente. Nonostante ciò ho provato a proporre Cena tra amici anche al Bolluomo (ché se non ti puoi fidare di chi ti chiede i film On Demand di chi altro puoi farlo?, gli ho detto, per convincerlo) e il risultato è stato una serata a base di risate e reciproche prese in giro, benché alla fine Mirco abbia dichiarato "ma si può fare un film praticamente sul nulla?". Sì, si può, perché in effetti durante Cena tra amici non accade quasi nulla a livello di azione, è vero, ma le quasi due ore di dialoghi ininterrotti portano in verità a moltissimi cambiamenti e persino al rischio di distruggere amicizie decennali. Non andrò troppo a ricamare sulla trama in quanto, se non avete mai visto Cena tra amici o il remake italiano Il nome del figlio, sarebbe meglio che vi indignaste/divertiste/sorprendeste liberamente come ho fatto io ma, in soldoni, l'assunto iniziale della pellicola è quanto di più "pretestuoso" esista al mondo. Durante una cena tra amici, per l'appunto, tale Vincent (brillante uomo d'affari con tendenze di destra) annuncia a sorella, cognato e amico comune, tutti "pendenti" a sinistra, il nome del figlio non ancora nato, il tutto in assenza della moglie, in ritardo per motivi di lavoro. Questo semplice evento da il la ad una serie a catena di discussioni piccate, momenti imbarazzanti, ricordi di eventi che sarebbe stato meglio dimenticare, reciproche accuse e confessioni non richieste, con un meccanismo assai simile a quello di un piccolo sassolino che arriva ad increspare l'acqua e a propagare le onde per metri e metri. E se di tanto in tanto alcune reazioni dei coinvolti parrebbero anche troppo esagerate, riflettendoci a mente fredda mi sono accorta non solo di avere un paio di conoscenti ai quali calzerebbero alla perfezione i panni dell'intellettualoide snob e quelli dell'egocentrico sempre pronto a prendere in giro il prossimo, ma mi sono anche vergognata per come io stessa sarei la fotocopia dell'esagitata e depressa Babou o quella dell'"ignavo" Claude, il quale poverino cerca sempre di defilarsi dalle discussioni francamente asfissianti ed inutili dei due esuberanti amici; anzi, alcuni dei dialoghi e delle situazioni presenti nel film sono inquietanti proprio per la loro plausibilità e non è difficile immaginare quante amicizie, persino le più salde, si mantengano in piedi soprattutto grazie a cose apparentemente insignificanti ma che sarebbe meglio tenere segrete, o a piccoli compromessi e rinunce che sarebbe meglio non rinfacciare all'amico di sempre o, ancor peggio, al compagno/a di vita (quanti di coloro che più amate arrivano in ritardo, sono egocentrici, pigri, avari, ridicoli, pedanti, ecc. ecc. ecc.?).


Cena tra amici mette in scena tutte le scomode verità in grado di rivelare al pubblico un quintetto di personaggi ognuno ugualmente odioso ed imperfetto ma anche incredibilmente umano e per questo impossibile da detestare. La struttura "teatrale" del film, derivata dalla sorgente dell'opera, è così inevitabile ma fortunatamente non si tratta di un altro, noiosissimo Piccoli crimini coniugali, perché ogni singolo dialogo di Cena tra amici porta lo spettatore a trasformarsi in una pettegola incredibilmente curiosa e a non vedere l'ora di sapere quale altra rivelazione seguirà alla precedente, cosa si nasconde dietro le vite apparentemente perfette e all'amicizia di ferro di questi cinque insopportabili figuri. Buona parte del merito riguardante il coinvolgimento del pubblico risiede nell'ottima idea di incuriosire gli spettatori con un'introduzione assai simile allo stile che caratterizza Il favoloso mondo di Amélie (unico momento in cui la regia tenta qualcosa di diverso, visto che il resto del film è confinato all'interno dell'appartamento di Pierre e Babou), con i protagonisti presentati da una voce narrante particolarmente ironica e prodiga di esilaranti informazioni "inutili", e ovviamente nella bravura degli attori. Più che di bravura però (non ho visto la pellicola in lingua originale) parlerei proprio di un'ottima scelta di casting, visto che nessuno dei coinvolti è particolarmente bello/brutto o dotato di segni particolari, col risultato che tutti i personaggi sembrano ancora più plausibili e vicini all'esperienza dell'uomo di strada; tra tutti spiccano il "renziano" (idea di Mirco) Patrick Bruel, portatore sano di incredibile idiozia, e la brava Valérie Benguigui, l'unica che è riuscita a farmi fare delle grassissime risate grazie alla sua "smorfia" per poi arrivare quasi a commuovermi durante lo sfogo finale di donna, casalinga, madre e moglie relegata ai margini della percezione visiva di un marito incapace di superare l'abbondante puzza sotto il naso che si ritrova. Ammetto che mi aspettavo poco o nulla da Cena tra amici ma spero si sia capito che mi ha decisamente soddisfatta e sorpresa. Grazie quindi a Silvia, che ha cominciato a farmi aprire un po' gli occhi su un filone del cinema francese che pare essere decisamente nelle mie corde... spero che La cena dei cretini, sempre chiesto da lei, sia altrettanto bello!

Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Il primo, anche produttore e attore, è alla sua prima e unica esperienza dietro la macchina da presa mentre Delaporte, anche produttore, ha diretto La giungla a Parigi e Un perfetto sconosciuto. Entrambi francesi, hanno tutti e due 46 anni.


La pièce teatrale dalla quale è stato tratto Cena tra amici è stata portata in scena con lo stesso cast, solo il personaggio di Claude era interpretato da un attore diverso. Il nome del figlio, diretto da Francesca Archibugi, è invece il remake italiano del film francese (e ne sta arrivando anche uno tedesco) quindi se vi fosse piaciuto Cena tra amici vi consiglierei di recuperarlo. ENJOY!



giovedì 9 novembre 2017

(Gio) WE, Bolla! del 9/11/2017

Buon giovedì a tutti! La bella notizia della settimana è che Madre! ha deciso di approdare finalmente sui lidi savonesi (solo per due giorni, ci mancherebbe!) e martedì prossimo andrò a vederlo. Per il resto... chissà cos'è uscito oggi? ENJOY!

The Place
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Premesso che tutto l'impianto di sceneggiatura mi ricorda qualcosa (per esempio un Cose Preziose di Stephen King ma leggo di una serie TV omonima che non conosco...) non mi pare un brutto film e ci sono anche degli attori validi. Il problema è che a dare soldi ad una pellicola che conta nel cast Muccino piccolo non ci penso nemmeno.

Addio fottuti musi verdi
Reazione a caldo: No, dai..
Bolla, rifletti!: Non me ne vogliano i The Jackal, che mi fanno ridere su youtube, ma gli youtuber dovrebbero rimanere tali, non approdare al cinema, porca miseria. Come sopra, soldi a 'sta gente non ne voglio dare, sorry.

Auguri per la tua morte
Reazione a caldo: Yeah!!
Bolla, rifletti!: Spassosissimo teen slasher di cui ho già parlato QUI. Ideale per una serata tra amici all'insegna dell'ignoranza.

Paddington 2
Reazione a caldo: Per pietà.
Bolla, rifletti!: Già mi aveva fatto schifo il primo film, c'era davvero bisogno di un sequel della storia dell'orsetto ricch... ehm, Paddington? Secondo me, no.

Borg McEnroe
Reazione a caldo: Questo mi ispira!
Bolla, rifletti!: Mi ispira e non so nemmeno perché visto che di base non me ne frega nulla del tennis e non amo i film a tema sportivo. Certo, adoro le biografie e questa sembra molto interessante proprio per lo scontro di caratteri ma ho solo una domanda... la Berté comparirà nel film? Mah!

Al cinema d'élite arriva la Palma d'Oro di Cannes...

The Square
Reazione a caldo: Wow!
Bolla, rifletti!: Avevo amato Forza maggiore e l'idea che il regista abbia realizzato un film dalle dinamiche simili ma incentrato su un uomo "buono" e ambientato nella realtà delle gallerie d'arte forse mi intriga anche di più. Spero proprio di riuscire ad andarlo a vedere anche se, come al solito, orari e giorni del cinema d'élite sono proibitivi...

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